“Credo che sia un debito di riconoscenza da parte mia, riportare una breve testimonianza per ricordare la figura, per certi versi atipica, di missionario, quale è stato Padre Puggioni. Talvolta, si crede che i missionari operino in terre lontane, che sentiamo distanti da noi, non solo fisicamente ma anche culturalmente. Padre Giovanni, invece, ha avuto il merito di rendere presenti ai sardi i gravi problemi di sussistenza di tanti altri esseri, soprattutto lebbrosi.
Ce li ha fatti sentire vicini. Ha fatto entrare le loro immagini ed i loro moncherini nelle nostre case e nelle nostre scuole. Ci ha fatto capire che la loro sopravvivenza dignitosa dipendeva anche dalla nostra indifferenza o dalla nostra solidarietà. Non si poneva problemi a “buttarti” addosso una diapositiva “forte”.
Forse, ciò poteva urtare la sensibilità di qualcuno più avvezzo ad un mondo di bambagia; forse, ma se non altro aveva il pregio di svegliare qualche coscienza intorpidita e troppo ripiegata sul proprio ombelico, davanti ai veri problemi della vita, di qualcuno che aveva l’unica sfortuna di essere nato qualche parallelo un po’ più a sud del nostro. L’intuizione di p. Giovanni è stata quella di non arrendersi mai davanti all’ovvio. Non ha mai accettato una logica inerte del tipo “Tanto non si può fare niente!”.
Anzi, ha mobilitato la Sardegna intera, dapprima per la costruzione dell’ospedale Sardegna di Mosango, nell’allora Zaire (oggi R.D. del Congo), e poi, in altre strutture, sia sanitarie che scolastiche, che talvolta, hanno preso il nome dalla zona della Sardegna in cui furono raccolti principalmente i fondi. Basta dare uno sguardo alla brochure annuale di Operazione Africa per rendersi conto di quali siano state le realizzazioni e gli interventi in tutta l’area africana, oltre che in Europa dell’est e in Brasile. Un altro si sarebbe spaventato davanti all’enormità del compito, ma Padre Giovanni amava le sfide, e più erano irrealizzabili, e più si esaltava, e più era capace di trasmettere speranza. Certo a modo suo.
Un modo che spesso ha fatto storcere il naso a chi pretendeva di esportare tout court un modello europeo efficientistico in terra africana, senza rispettare quella gradualità di interventi che invece è necessario compiere, pena la costruzione di cattedrali nel deserto, che, infatti, hanno costellato per qualche decennio la cooperazione internazionale.
Non si rispetta il bisognoso imponendogli la costruzione di strutture megalitiche, che non sarà poi capace di gestire in una qualche forma compartecipata; lo si umilia e basta; palesandogli la sua mancanza di competenze, così si accresce il suo risentimento; lo si calpesta seppur involontariamente, ricordandogli ancora una volta la sua condizione di inferiorità. No, Padre Giovanni non è stato questo. Ci ha lasciato un’eredità non facile, perché coniugava fede e azione, preghiera e impegno, Sacro Cuore e lotta alla lebbra; l’attenzione verso l’altro più “prossimo” e lo sguardo verso quello più “lontano”. Il tutto condito da quella carica di umanità e accoglienza, che oggi tutti gli riconoscono. Certamente è stato un pioniere, uno degli ultimi pionieri in missione. Oggi quel mondo e quel modello di cooperazione non esiste più.
Oggi si incontrano soprattutto dei “tecnici”, si richiedono competenze iperqualificate; certamente, nel nostro attuale contesto, sono necessarie e indispensabili, ma, talvolta, rischiano di spersonalizzare il rapporto personale con il “beneficiato”, il quale non può essere ridotto solo ad un numero percentuale di una qualche statistica, ma conserva un volto, un nome, una dignità, unito ad una carica di sofferenze e, talvolta, di ingiustizie che spiegano la sua condizione.
Padre Giovanni Puggioni è stato capace di tenere uniti questi due aspetti. Questa è stata la sua forza, forse è stata anche la sua debolezza.
Ma è la debolezza di quanti, poi la storia rende giustizia come i veri vincitori”.